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Dany Laferrière, finalista del premio Gregor von Rezzori 2016, porta alla conferenza di presentazione del suo libro le proprie testimonianze del terremoto ad Haiti.

Elena Gensini

Nel suo libro “Tutto si muove intorno a me” racconta la tragica esperienza del terremoto che ha colpito Haiti nel 2010. Come è cambiato il suo rapporto con l’isola dopo il terremoto?

E’ complicato definire il rapporto con il mio paese. Penso che per definire un rapporto con qualcosa sia necessario prendere le giuste distanze da essa e in questo momento non riesco ad allontanarmi da Haiti. Anzi mi risulta impossibile farlo. Il mio paese è insito in me, come mia madre. Non posso descrivere il rapporto che mi lega a mia madre, io sono carne della sua carne, non posso prenderne le distanze per mettere a fuoco il tipo di relazione che ho instaurato con lei. Dico lo stesso della scrittura, anch’essa è insita in me, non riesco a separarmene. L’unica cosa di cui sono certo è che amo Haiti. Sono solito non aggiungere emozioni alle emozioni. Se aggiungo amore all’amore ottengo compassione e la compassione non è più amore. Se si ama una persona le si dice solo “ti amo”, non “ti amo di più” o “ti amo di meno”. Quando si ama, si ama e basta.

Ha detto di non poter descrivere il suo rapporto con Haiti, ma quando, da giovane, è stato costretto a lasciare l’isola come ha vissuto la lontananza fisica dal suo paese?

La lontananza fisica non ha alcun peso rispetto alla lontananza affettiva. E soprattutto lo spazio che ha diviso me da Haiti non ha quasi importanza se paragonato al tempo che ci ha separati. L’esilio è più terribile per il tempo che per lo spazio. La mia infanzia mi manca molto più del mio paese: in fondo è un sentimento che tutti gli adulti provano, in quanto tutti gli esseri umani sono esiliati dalla loro infanzia.

Il suo libro regala piccole immagini, flash, di un’Haiti distrutta dal terremoto raccontate in capitoli molto brevi. Perché ha optato per questa divisione così netta della sua opera?

Nel mio libro descrivo una città esplosa e frantumata e ho voluto che anche questo “esplodesse” in una miriade di capitoli. I miei capitoli sono il risultato della caduta di una lastra di vetro su una piattaforma di marmo. In essi sono raccontati tanti frammenti di vita che mostrano l’effervescenza degli abitanti di Haiti. Se analizziamo la parola “effervescenza” notiamo che in essa è racchiusa l’idea di “vita” e non di “morte”, che è la parola che più frequentemente associamo ad eventi come il terremoto. Dopo il 12 gennaio 2010 non il senso di morte, ma bensì un surplus di vita ha accompagnato i sopravvissuti. Ricordo ancora che qualche giorno dopo la seconda scossa un uomo è sceso dalla sua macchina gridando:” Salutiamo i vivi”. E’ stato bello vedere qualcuno che si stava preoccupando per noi sopravvissuti.

Come ha vissuto i mesi e gli anni successivi al terremoto l’isola di Haiti? Il paese è riuscito a risollevarsi dopo il tragico evento?

Dopo il terremoto si è parlato molto di denaro e di ricostruzione. Nessuno però ha parlato di una ricostruzione ben più diversa da quella che intendiamo comunemente, ossia la ricostruzione umana. E questa ricostruzione è avvenuta davvero. Dopo il disastro non c’è stata guerra civile e neppure un’ondata di suicidi. I ricchi sono rimasti nelle loro case, avendo accumulato molti risparmi, invece i più poveri si sono riversati sulle strade di Port-au-Prince per sopravvivere e per garantire i viveri necessari alle proprie famiglie. Nonostante le gravi perdite c’è stata una grande reazione del popolo. I fondi che tutti hanno promesso alla Stato di Haiti non sono mai arrivati al popolo. E nessuno sull’isola si è mai aspettato di riceverne. A differenza degli abitanti di paesi europei, la gente ad Haiti è abituata a non aspettarsi nulla dallo Stato. In Italia se comincia a piovere, i cittadini iniziano a chiedere allo Stato di far qualcosa per far smettere di piovere… Ad Haiti la popolazione conta solo sui propri mezzi.

Lei è membro dell’Academie Française e siede sul seggio di Montesquieu, cosa si prova a rappresentare un’istituzione così importante?

Sono molto felice, per Montesquieu (ridendo). No, seriamente, è davvero un enorme privilegio essere stato scelto come custode della lingua francese e quindi avere il compito di preservare questa tradizione. Ci chiamano gli “Immortali”, ma è la lingua ad essere immortale.

7 giugno 2016