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Commenti e impressioni delle ragazze che hanno recensito il libro: come i giovani hanno accolto questo romanzo.

Carlotta Baglivi, Giulia di Giorgio e Sara Ciulli

“Le cose più leggere hanno resistito, mentre quelle più pesanti si sono fracassate: le case di cemento si sono distrutte, invece i fiori sono rimasti in piedi.” Così esordisce Dany Laferrière, durante la conferenza tenutasi alla Balconata di Palazzo Strozzi in onore del suo libro e di quelli degli altri finalisti del Premio von Rezzori. E’ questo il fulcro del suo scritto Tutto si muove intorno a me, che tratta della catastrofe sismica che ha colpito Haiti nel 2010.

Abbiamo sentito il parere di alcuni recensori partecipanti al contest dedicato ai Giovani Lettori.

“L’hai letto ma non l’hai letto. E’ come una sintesi di ciò che è successo, ma non ti spiega niente.” Lapidaria ma incisiva, commenta una delle ragazze intervistate del Liceo Capponi. E su questo si trovano tutte d’accordo; la narrazione a tratti risulta sterile. D’altronde, in questo si riflette quella che è la volontà dell’autore: non aggiungere emozioni alle emozioni. Il libro si presenta più come una raccolta di testimonianze che non come un racconto romanzato. E’ scritto a caldo, durante la tragicità cocente degli avvenimenti del 12 gennaio 2010. Infatti, è Laferrière stesso a definirsi uno scrittore descrittivo piuttosto che un romanziere, le sventure per lui accadono così da essere scritte per come sono, senza dettagli eccessivamente prolissi. Così, per l’appunto, egli descrive la morte: poche righe e nessuno spargimento inutile di sentimentalismi. Cosa che le nostre lettrici hanno, alle volte, disprezzato, ritenendo che fosse anche in disaccordo con ciò che egli ha affermato durante la conferenza: “ogni morte conta.” Nonostante lo scenario di morte, nel raccontare le vicende, l’autore non smette mai di sottolineare “l’effervescenza” della città di Port-Au-Prince, mai arresasi all’avversità della natura: con questo spirito è narrata la breve storia della “venditrice di manghi”, che il mattino del 13 gennaio, in mezzo alle macerie, era già tornata al proprio lavoro con l’urgenza fisica di procurarsi del denaro. Questo ha colpito le nostre commentatrici, che pensavano alle nostre città italiane colpite da simili sventure: tra le più recenti, l’Aquila. Luogo che psicologicamente non si è mai ripreso, persone alle quali, dopo anni, ancora scende una lacrima pensando a ciò che è successo. Tutti si aspettano aiuti dallo Stato, cosa che, riferisce Laferrière, non è mai accaduta al popolo haitiano, il quale, avendo vissuto per anni sotto una dittatura ereditaria, ha imparato a “cavarsela” da solo. In parte, questo giudizio così positivo pare essere riconducibile al forte senso patriottico dell’autore che, come ci fanno prontamente notare le nostri ospiti, traspare ampiamente dalla lettura. Quest’ultima, comunque, ha creato non pochi problemi ai recensori. La narrazione a singhiozzo e lo smisurato numero di capitoli, forse giocavano a discapito della fluidità del testo, ma hanno, in ogni caso, il loro perché. Lo scrittore si giustifica –con il suo francese ricercato ma al contempo alla mano- con una metafora: “La mia scrittura è come un pezzo di vetro che si infrange su una lastra di marmo; esplosa la città, esplosi i capitoli.” Il caos che regnava nelle vie affollate della capitale haitiana sembra riflettersi inesorabilmente nella struttura del libro, così come anche nello stile di Dany Laferrière.  

7 giugno 2016