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sul suo libro, "Bark" (Bompiani, 2015)
Vittoria Cima, Giulia Cozzi e Lorenzo Paciottti

L’autrice rimarca il doppio significato del titolo: in inglese infatti “bark” vuol dire sia “corteccia” sia “abbaiare”. Il libro ha un ritmo rapido e presenta un approccio diretto su rapporti malati e sghembi, tuttavia non lontani dalla realtà. I racconti, difatti, non presentano “happy ending” ma soltanto “ending”, un finale aperto che spinge spesso il lettore a immaginarsi una conclusione e talvolta a tentare di allontanarsene.

È stata talvolta definita come una scrittrice “dark”; la definizione è esagerata ma c’è un fondo di verità. Lei ama infatti scoprire il lato oscuro dell’uomo e della speranza anche tramite un utilizzo dell’umorismo con battute pronte, spirito originale e capacità dissacratoria che ci permettono di ridere su di noi e sugli altri.

L’umanità è così terribile? Del resto, è forse una coincidenza che “Bark” faccia rima con “dark”? Alla domanda esplicita, la Moore risponde che è difficile dire se la vita sia “dark”, noi la percepiamo così ma ci sono delle “luci”, e leggendo un racconto dopo l’altro, che esaminano sfaccettature diverse della vita umana, si ha una consapevolezza sempre maggiore della realtà umana.

La Moore dice inoltre che ogni scrittore ha un “territorio”, ovvero la realtà, da cui parte. Poi comincia a romanzare e intraprende quella che la Moore definisce “avventura”, impossibile da incominciare senza partire dal territorio.

Le chiedono “Quando scrive un racconto e quando un romanzo?”. La scrittrice dice che un racconto è come una foto, un romanzo è come un film. Per quanto riguarda i personaggi, il romanzo è per i quelli che hanno bisogno di un grande arco di tempo. I grandi soggetti invece sono per i romanzieri. La tragedia è per i romanzi, i racconti sono più melanconici.

Non c'è tempo per il finale. Nel romanzo sai cosa succede ai personaggi dopo la fine, nei racconti i personaggi sono “intrappolati”. Ci dice, ironica, che per decidere se scrivere un racconto o un romanzo si baso su cosa vuole l'editore. Confessa che ama scrivere romanzi, perché mantiene una relazione con i suoi personaggi; nei racconti i personaggi sono come le persone alle feste, le incontri una volta e poi non le vedi più.

Quando le chiedono se le sue storie sono ispirate alla realtà, perché molto spesso nel libro si ha questa impressione, la Moore risponde che le fa piacere che sembrino reali. “Ogni scrittore attinge da ciò che sa o che trova” dice. Le cose non accadono a lei, nella maggior parte dei casi, ma sono ispirate ad avvenimenti reali riguardanti la sua famiglia o i suoi amici.

Ovviamente i fatti vengono romanzati, ma essendo una sorta di testimoni della vita reale si tende sempre a trasformarla e comprimerla, in modo da trasformarla per renderla più divertente e funzionale. Un po’ un equivalente letterario di quello che in campo cinematografico è il “metodo Stanislavskij”.
8 giugno 2016