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Intervista al finalista autore di Tutti i nostri nomi (Frassinelli, 2015)
Vittoria Cima

Si parla spesso dell'idea di “libertà”. Crede che gli uomini siano davvero liberi, o la libertà è soltanto qualcosa di cui si parla ma che non si ha davvero?
Beh, per prima cosa bisogna definire “libertà”. Se si intende la possibilità di fare tutto ciò che si vuole allora no, ovviamente non siamo liberi. Quello che dovremmo cercare di fare è rendere la nostra società meno restrittiva possibile, per permettere alle persone di sfruttare appieno il loro potenziale. Credo che la libertà di esprimersi liberamente in quanto esseri umani sia fondamentale, così come la libertà di amare chi si vuole amare, di parlare quando si vuole parlare. Questo ovviamente senza privare gli altri della loro libertà. La mia libertà non deve invadere la tua. Credo che il vero limite da superare sia l'attuale impossibilità di esprimersi liberamente. Ancora oggi, un omosessuale non può camminare per strada con il proprio compagno senza essere giudicato e in molti casi non può sposarsi. Allo stesso modo, non puoi viaggiare dove vuoi. Ad esempio, io non potrei visitare l'Italia se non avessi il passaporto americano, quindi non siamo assolutamente liberi in quel senso.

Lei ha visitato molti paesi. Secondo la sua esperienza, il razzismo è più radicato in determinate aree geografiche o è diffuso ovunque con la stessa intensità?
Credo che ciascuno possa discriminare un altro per qualcosa. Potrei dire che non mi piace la tua camicia (indicando Alessandro Kortz), potrei dire di odiare tutti coloro che indossano una camicia a quadretti. Penso che tutti tendano a dividere la società secondo alcuni criteri. Ci sono molte forme per quanto riguarda la discriminazione. La vera domanda è: quanto tolleriamo le nostre leggi e il nostro sistema statale? Questo è il vero razzismo. Il vero razzismo è ciò che priva alcune persone del loro potere in base a chi sono: in base al colore della pelle, al sesso, all'orientamento sessuale. E quello è il “razzismo istituzionale”, il più profondo e il più difficile da estirpare. È come se dicessi che non mi piace il colore della tua maglietta e ti impedissi per questo di votare, sostenendo che non lo meriti.

Lei è stato sia giornalista che scrittore. Perché ha deciso di diventare scrittore? Solo per amore della letteratura o perché ha sentito la necessita di dire ciò che stava accadendo?
In realtà ho cominciato a scrivere romanzi prima di diventare giornalista, anche se so che di solito è il contrario. Ho sempre “romanzato” le mie storie, mi piaceva scrivere storie d'invenzione. In seguito ho cominciato a scrivere storie ambientate nella realtà, storie che descrivevano fatti accaduti davvero, pur non vissuti di persona. Quando scrivevo storie inventate mi rendevo conto che mi piaceva e mi riusciva, ma in seguito ho sentito una sorta di responsabilità. Mi sono reso conto di avere il dovere di raccontare la realtà, di esprimere ciò che ritengo giusto. Anche per questo ho cominciato a lavorare come giornalista, per poter dire ciò che penso con un'intensità che il romanzo non mi avrebbe permesso.

8 giugno 2016