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Intervista a Beatrice Monti della Corte, vedova Von Rezorri
Youness Mattia Loutfi

Come ha incontrato Gregor Von Rezzori?

Beh ho incontrato i suoi libri prima di incontrare lui, perché lui aveva pubblicato  in una bellissima collana della Medusa, che è una prestigiosa collana editoriale della Arnoldo Mondadori Editore, Un Ermellino a Cernopol, che era un po’ la storia del suo paese in una chiave surreale, il libro era affascinante, ha avuto un grandissimo successo in Italia ed era anche comparso in televisione. Lui già mi conosceva un pochino attraverso il mio lavoro, perché avevo una grande galleria d’arte a Milano e mi occupavo di pittura d’avanguardia, giravo molto e quindi ero molto conosciuta (sorridendo). Mi ha cercato due o tre volte, poi finalmente mi ha trovato da I Feltrinelli.

Come è nata l’idea della Fondazione Santa Maddalena?

Beh, la fondazione è avvenuta quasi in maniera naturale, perché mio marito è morto nel ’98, ed quando è morto mi han detto ‘Non diventare una vedova noiosa, piangente, non seguire le donne che alle volte di soldi o anche di attitudine si ritirano in due stanzette, che non fanno più niente se non occuparsi dei nipotini’, io nipotini non ne avevo, però avevo molte passioni come l’arte e la letteratura in quella casa lì, dove io vi invito, venite Giovedì a colazione, mi farebbe piacere, vi dirò come si fa, è nel Valdarno.

Abbiamo trovato questo rudero, dopo esserci sposati, ma poco dopo, ci avevamo pensato anche prima; ci incontravamo di nascosto nel Valdarno, nella casa che ora è di Sting, (che è un mio amico), perché lui veniva da Roma, io da Milano e volevamo starcene per i fatti nostri (sogghignando) e ci trovavamo in quella casa, e poi siamo diventati seri anche se non eravamo troppo giovani, eravamo giovanili. Abbiamo pensato di comprare questa casa in Toscana, dove si comprava un bel rudero a pochi soldi, e quello l’abbiamo fatto. Era una casa piena di galline, erano cinquant’anni che non ci abitava più nessuno, piena di guai, niente luce e soprattutto, eravamo talmente innamorati di questo posto, che non ci siamo interessati di sapere che non c’era acqua, e questo è un dramma che abbiamo ancora adesso. Abbiamo avuto una vita felice, vicino c’era un gruppo di case, e una volta restaurate abbiamo invitato i nostri amici (che erano artisti), lui scriveva tutto il giorno e non voleva essere scocciato. Allora la casa è nata con tanti tavoli, ogni stanza aveva almeno un tavolo, quindi è stato normale invitare anche degli scrittori e così ho continuato a fare, dopo che lui è morto, ho pensato che fosse una buona idea creando una specie di istituzione, per quanto lì la libertà è totale, fanno quello che vogliono, devono solo lavorare e poi mangiare la sera, tutti insieme, per il resto non chiedo niente, non chiedo la pubblicazione, però viene fuori questa cosa in realtà (riferendosi al Festival degli Scrittori e al Premio Von Rezzori), perché le radici sono lì, per questo io conosco tanti bravi scrittori.

Riguardo al Premio Gregor Von Rezzori, gli scrittori da chi vengono scelti?

Vengono scelti da una giuria, quest’anno straordinariamente siamo in sei, di solito in cinque, ed è composta da Ernesto Ferrero, che è presidente della Giuria, nella sua carriera è stato anche capo di Einaudi, ed era amico di Calvino, è un vecchio signore come d’altronde lo sono anch’io (ridacchiando), è anche il curatore della Fiera del libro di Torino. Poi c’è Edmund White che è il più cosmopolita, perché l’idea era di avere l’occasione di mettere insieme scrittori di culture molto diverse, vedete, abbiamo una Cinese, un Haitiano… perché ognuno, anche se la cultura è una specie di ombrello che ci copre tutti, ognuno ha le sue radici e arricchisce gli altri con quello che ha, succede così anche a casa mia… cerco sempre di avere autori di diverse nazionalità, perché anche se c’è una piccola barriera di linguaggio, oramai la lingua franca è l’inglese, è più interessante, sono uno più curioso dell’altro.

L’Ente e il Comune l’aiutano solo sul piano finanziario o anche in altri campi per il Premio Von Rezzori?

Poco anche così, diciamo la verità (sorridendo), molto poco. Lo sapete, ho qualche donazione dalla Cassa di Risparmio ma non coprano tutte le spese, assolutamente no, quindi adesso bisognerà trovare un’altra soluzione, perché quella che mancava ce lo mettevo io, ma è un sistema che non posso continuare più anche perché quelle poche risorse che ho devono servire per la mia fondazione.

La fondazione si autofinanzia o riceve contributi?

All’inizio ero ottimista, avevo anche autori di altri paesi, editori di mio marito che mi hanno aiutato un po’, poi ero molto conosciuta nel settore dell’arte, grazie alla mia galleria d’arte moderna, che mi ha dato dei soldi anche se si parlava di letteratura, e piano piano i donatori, per i tempi difficili in cui riversiamo, sono molti meno.

Adesso poi se voi tre volete venire a colazione da me giovedì vi divertite anche, tanto mi vedete ancora qua domani, vi faccio avere tutti gli indirizzi per venire. Non posso invitarne cinquanta (con aria divertita).

8 giugno 2016