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Ha inizio il primo evento di oggi al Festival degli Scrittori. Raffaele Palumbo apre la presentazione del libro Tutti i nostri nomi (Frassinelli, 2015) di Dinaw Mengestu

Vittoria Cima

Dopo una breve introduzione del libro, Palumbo lascia la parola all'autore. Mengestu decide di raccontare una storia, la sua storia, ciò che l'ha spinto a scrivere il libro. Nel 2007 si trovava in Sudan insieme a un gruppo di giovani rivoluzionari. Alla domanda “cosa vorreste diventare?”, molti dei giovani rispondevano dicendo di essere dei rivoluzionari e basta. Qualche giorno dopo, alla stessa domanda, qualcuno rispose che in quanto rivoluzionario non poteva aspirare a essere nient'altro, ma che se non si fosse trovato in Sudan gli sarebbe piaciuto frequentare una scuola. Mengestu dice che queste sono “storie tragiche, ma di coraggio. Sono queste storie che, decantandosi nella mia mente, mi hanno dato l'idea per il libro.” Aggiunge di aver ambientato Tutti i nostri nomi negli anni '70 per far capire come la situazione socio-politica non sia mai davvero cambiata negli ultimi anni. Il razzismo oggi è più nascosto, risiede in una retorica diversa, ma altrettanto violenta. Porta l'esempio dei politici che vogliono costruire muri o rafforzare le frontiere, commentando che nessuna barriera è opportuna in quanto “chiudere le porte è come rinchiudersi in una prigione”. Gli viene chiesto cosa voglia dire per lui cambiare il mondo, se crede che sia possibile farlo. La risposta lascia atterriti: “Ho visto così tanto male nel mondo che tendo a essere scettico.” Sostiene che i conflitti si ripetano e che non finiscano mai davvero. A volte, gli sembra quasi di tornare agli anni '60. “È facile parlare con il linguaggio della rivoluzione, ma la rivoluzione non è sempre la strada migliore per apportare un cambiamento. Il cambiamento si ottiene combattendo per i propri ideali e per ciò che sappiamo essere giusto.” Mengestu continua il suo discorso profondo, quasi commosso, sostenendo che forse non giungeremo mai a un mondo perfetto ma che dobbiamo combattere per il miglior mondo possibile. Abbiamo bisogno di guardiani del progresso che impediscano la recessione in ambito sociale. La rivoluzione reale non è una grande battaglia, è l'insieme dei piccoli progressi quotidiani. Il vero pericolo non viene dall'esterno, viene dalla propria interiorità. Allo stesso modo non bisogna guardare solo agli altri, è necessario concentrarsi soprattutto su noi stessi. 

8 giugno 2016