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Intervista a Yiyun Li sul suo libro “Più gentile della solitudine”

Elena Gensini e Lorenzo Paciotti

Nel suo romanzo sono raccontate le vicende di quattro personaggi molto complessi e particolari. Quanto la sua esperienza di vita ha condizionato la rappresentazione dei loro tratti salienti e le loro sfaccettature?
In tutti i personaggi c’è un qualcosa di me: l’unica eccezione è la figura di Shaoai, l’attivista. Ai telegiornali vediamo le immagini di piazza Tienanmen colma di tutti gli attivisti che protestano, ma in realtà noi da dietro gli schermi non riusciamo a comprendere quale fosse la loro reale vita. Shaoai era una rivoluzionaria, un’attivista, ma aveva anche molti altri desideri e aspirazioni. Mi sono concentrata proprio nel descrivere il suo lato “umano”.
Ci sono poi gli altri tre personaggi e francamente mi rivedo in ciascuno di loro. Boyang è il ragazzo che è nato e cresciuto in Cina e che, una volta diventato adulto, è riuscito a condurre una vita soddisfacente. Lui è una sorta di espediente che ho scelto di utilizzare come risposta ad una domanda che spesso mi sono posta: “Come sarebbe la mia vita se fossi rimasta in Cina?”. Boyang mi permette di esplorare questa possibilità.
Le due ragazze, invece, Ruyu e Moran, sono più vicine alla mia esperienza di vita. Si sono trasferite negli Stati Uniti, però finiscono per sentirsi sole in un paese visto come la terra promessa, cha alla fine si rivela non esserlo. Quando attraversiamo un confine portiamo sempre dentro di noi anche il nostro passato, la nostra storia, e rimaniamo la stessa persona. Dobbiamo quindi ritrovarci e riambientarci in un paese. Nel mio libro ho pensato proprio di fare questo: provare a riconciliare il passato e la storia di Ruyu e Moran facendoli rivivere in un nuovo paese.
Il profilo di quale personaggio è stato il più difficile da creare?
Non saprei, probabilmente Shaoai è il personaggio più lontano dal mio mondo. Non che non conosca Shaoai, certo, ma forse non sono ancora del tutto consapevole del suo mondo e della sua esperienza. È molto più complessa rispetto agli altri personaggi: è molto aperta ed estroversa, è un’attivista. Danneggiare un personaggio è piuttosto semplice, perciò ho passato molto tempo a cercare di creare la giusta immagine di Shaoai.
Nel 1996 lei si è trasferita in America dopo aver vissuto tutta la sua giovinezza in Cina. Qual è stata la prima differenza lampante che ha notato fra la Cina e l’America subito dopo il suo arrivo negli Stati Uniti?
Beh, quando ho lasciato la Cina mi sono resa conto che fino ad allora ero stata seduta in una macchina privata solamente una volta in tutta la mia vita. È stato piuttosto strano notare che negli Stati Uniti ognuno aveva la propria automobile. Ero sorpresa, anzi più che sorpresa, ho veramente realizzato che cosa significa possedere una macchina. Anche in “Più gentile della solitudine” i miei personaggi che vivono nella Pechino di fine anni Ottanta si spostano sempre in bicicletta, non salgono mai su una vettura.
Lei, oltre ad essere una scrittrice di grande prestigio, ha anche conseguito una laurea in medicina. In che misura i suoi studi scientifici influenzano il suo modo di scrivere?
Credo che la scienza ti renda meno sentimentale. Non sono una scrittrice sentimentale, e credo che questo aspetto della mia personalità provenga proprio dal mio rapporto con la scienza. Da scienziata faccio spesso molte ricerche, mi documento sempre prima di scrivere qualcosa. Anche durante la stesura del mio ultimo romanzo mi sono informata accuratamente per riuscire a descrivere minuziosamente gli effetti dell’avvelenamento. La scienza mi ha aiutato ad ampliare le mie prospettive.

8 giugno 2016