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Intervista dell’8 giugno a Isabella di Nolfo, giornalista e ideatrice del Giornale dei Ragazzi
Youness Mattia Loutfi

Cosa l’ha spinta a lavorare con i ragazzi, e di conseguenza a creare il progetto de ‘Il Giornale dei Ragazzi’?

A lavorare con i ragazzi mi ha spinto innanzitutto una grande passione per il mio lavoro. Io lavoro da tanti anni nei libri, nella cultura e con gli editori; so che l’Italia è un paese che fa fatica, perché tutti scrivono e pochi leggono, e per cercare di risolvere questo problema partendo dall’inizio bisogna lavorare con i ragazzi. Quando ho iniziato a lavorare con voi, l’ho fatto perché mi piaceva il vostro entusiasmo, la “purezza” dei vostri interessi, e soprattutto mi piace vedere che una persona pianta un seme e questo germoglia, e l’età in cui farlo, per quanto riguarda cultura e libri, è la vostra, terza e quarta liceo. Perché come dicevo oggi ai vostri compagni, in prima e in seconda siete impegnati a fare il salto, a diventare adulti e rinnovarvi come persone, in quinta giustamente avete l’esame di maturità in testa, mentre in terza e in quarta siete più sensibili, più recettivi, ciascuno di voi ha un germoglio interiore che si vede, basta gettare dei semi e ciascuno trova la sua strada. Infatti questa vostra esperienza me lo ha mostrato ancora di più, perché vi ho visto molto scettici all’inizio e poi un bel gruppone di dieci, quindici si è invece appassionato all’iniziativa.

A che età ha avuto l’“illuminazione” di diventare giornalista?

In realtà non sono diventata subito giornalista, io sono diventata prima ufficio stampa, che è un altro mestiere, è l’altra faccia della medaglia, è la persona che fa da tramite con i giornalisti, è presente in tutti i mestieri ma è particolarmente bello nel campo della cultura, perché sei la persona che da un autore, da un libro o da una casa editrice cerca di tirare fuori il senso, lo trasmette ai giornalisti che poi lo trasmettono, a loro volta, ai lettori. È la figura intermedia, per farlo al meglio ho deciso di sostenere un esame, e di iscrivermi all’ordine dei giornalisti, perché così sono alla pari con i miei colleghi, anche se in teoria non c’è nessuna legge che ti obbliga, se non nella pubblica amministrazione. Ho sempre avuto l’idea di lavorare nella cultura. Sono una persona estroversa e mi piace chiacchierare con la gente, perciò avrei voluto fare un lavoro di contatto con le persone, e poi perché mi piacciono i libri, le mostre e la musica. Non avevo ben chiaro che lavoro fare, per esempio l’ufficio stampa è un lavoro che in pochi conoscono, è un lavoro dietro le quinte e in tantissimi mi chiedono cosa sia, cosa significhi e si scopre solamente facendolo. A me è capitato per caso, perché una piccola casa editrice di Firenze, la Nardini, cercava un ufficio stampa, io ho preso contatto e da lì siamo cresciuti insieme, visto che non lo avevano mai avuto. Da lì è cominciata la mia carriera prima in Giunti, poi in Mondadori e in Electa.

La sua carriera ha inizio a Firenze, per poi spostarsi a Milano, sede delle grandi case editrici, giusto?

Esatto. In realtà avevo fatto un’incursione in un altro campo più imprenditoriale, quello del manager, e dopo un anno, anche meno, ho capito subito che non sarebbe stato il mio lavoro. Bisogna assolutamente fare le prove, così poi si scopre cosa si vuole fare veramente.

Cosa l’ha spinta a tornare a Firenze per collaborare con il premio G. von Rezzori?

Il premio von Rezzori lo conosco da tanti anni, è un premio che va avanti da dieci anni e alla seconda edizione avevo già collaborato con la Davis e Franceschini per fare l’ufficio stampa, lo seguo da tantissimi anni, conosco la Baronessa, spesso conosco gli scrittori, e quasi tutti i giurati, anche se ogni tanto cambiano, è un’iniziativa che seguo anche perché è a livello altissimo. Questo progetto de Il Giornale dei Ragazzi è iniziato a Milano, dove c’è una grandissima manifestazione che si chiama Books city, che coinvolge tutta la città per quattro giorni e gli eventi che ruotano intorno ai libri sono quasi mille. Ogni luogo della città, ogni palazzo, le scuole, le librerie e i monumenti storici sono invasi da scrittori e da presentazioni di libri o comunque discorsi intorno ad essi.  Mi era venuta l’idea di coinvolgere i ragazzi, rendendoli proprio protagonisti, e la cosa ha avuto subito tantissimo successo, i ragazzi di Milano fanno delle scelte, visto che ci sono centinaia di eventi da coprire, e quella è la cosa più interessante, vedere proprio cosa piace a voi, anche perché chi lavora nel settore va ormai avanti con il pilota automatico, e quindi ognuno racconta sempre le stesse cose, gli stessi eventi, invece prendere una classe nuova che magari non conosce il premio e vedere cosa piace loro, è un esperimento anche per i “grandi”. Questa cosa a Milano ha avuto abbastanza successo, è piaciuta a tutti; i ragazzi si sono sempre guadagnati tanti complimenti, tante stime esattamente come voi, di conseguenza Alba Donati, presidente del gabinetto G. P. Vieusseux, mi ha chiamato per chiedermi se potevo fare anche con voi questo progetto. Risposi entusiasta di sì, anche perché Firenze è una delle mie tre città.

Una di queste tre città è Firenze, l’altra è Milano e l’ultima?

L’altra è Padova, dove ho fatto quasi tutto il liceo scientifico. L’ultimo anno lo feci al Castelnuovo di Firenze, che tra l’altro è stato anche traumatico visto che mi ci hanno trasferito i genitori a dicembre, quindi a quinta inoltrata, già ero triste per il fatto che lasciavo i miei compagni di Liceo.

Crede che il premio, nei prossimi anni riuscirà a farsi conoscere ancora di più?

Te pensi che non sia tanto conosciuto?

Per certe cerchie di persone sì, ma non è esteso a tutte.

Hai ragione, per questo hai ragione, e la dimostrazione è data dal pubblico che avete visto, alla Cappella de’ Pazzi c’era tanta gente, stasera ci sarà tanta gente, però agli incontri minori, la risposta del pubblico non è stata tantissima. Non so se dipende dal Comune o da che cosa, perché i giornali, tutti, ne hanno parlato tantissimo; anche sui social se ne è parlato, ciò nonostante, riflettevamo ieri con Alba Donati, la notte bianca è piena di gente e a questo premio con degli scrittori MOLTO più importanti, no. Come mai? È colpa del Comune? No, in parte ha finanziato, sostiene comunque la fondazione Santa Maddalena, ha coinvolto le scuole con il premio dei giovani lettori, che è partito l’anno scorso e coinvolge cento ragazzi, ha reso partecipe le scuole anche con il progetto del giornale, con voi, che comunque siete ventisei. Non so se funzionerebbe, come dicevi te, di fare anche manifesti, guarda un po’ voi, vi siete incuriositi solo quando avete avuto l’opportunità di chiacchierare direttamente con gli autori, quella è stata la molla, perché avete incontrato persone che avevano qualcosa da dire, soprattutto se si è pubblicati in trenta paesi, non si diventa conosciuti in tutto il mondo se davvero non si ha un minimo di spessore. Quando ci sono queste persone tu la senti l’energia che ti passa, ed è quello il momento in cui ti incuriosisci, non solo degli scrittori ma anche di altri.                                                                                                                                                    La molla che fa scattare l’interesse, è l’esperienza. Anche voi avete trovato difficoltà, tra la vostra ricchezza interiori, la vostra curiosità a fare domande e la difficoltà a metterle su un foglio scritto. Quindi incontrare qualcuno che questa difficoltà ha imparato a superarla, e sa usare la parola per comunicare le infinite sfumature di esperienze di vita, è quello che fa scattare il meccanismo.

Ripeterà il prossimo anno l’esperienza all’interno del Premio?

Certo, siete stati bravissimo quindi sì. Sono esperienze che vanno condivise, voi l’avete già fatta e secondo me l’anno prossimo può fare un’altra classe, come è successo a Milano quelli che l’hanno fatta l’anno precedente sono poi tornati lo stesso l’anno successivo. Prima di Milano l’avevo fatto in piccolo anche a Verona, forse con una classe troppo “piccola”, sempre quasi tutti molto scettici all’inizio, non tutti perché la media non è assoluta, e poi tutti, invece, trovate qualcosa che vi illumina, che vi fa scattare. All’inizio molti mi chiedono quanto si debba stare, se si può andare via prima e poi sempre si forma un gruppo di fedelissimi che copre tutto il periodo, molto più a lungo di quanto imponga la scuola, c’è un gruppo che è stato qui dalle nove e mezzo di mattina, siete ancora qui, venite stasera e addirittura venite anche domani, che è un giorno fuori dalla programmazione. Questo qualcosa vuol dire, che vi mettete in gioco, e quando vi mettete in gioco, il gioco si fa più interessante, però se uno non lo fa non diventa interessante. L’idea di darvi un ruolo, che è banale in sé, ho visto che è quello che vi fa superare alcune timidezze, anche perché siete osservati da tutti quindi vi sentite più coinvolti e di conseguenza date del vostro meglio che alla vostra età è sempre moltissimo.
13 giugno 2016