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La Biblioteca orientale di Fosco Maraini

La Biblioteca orientale di Fosco Maraini

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La Biblioteca orientale di Fosco Maraini, che tramite il Gabinetto Vieusseux entra a far parte del patrimonio culturale di Firenze come era desiderio di Maraini, comprende 9000 volumi, riguardanti Giappone, Tibet, Asia Centrale, Cina, India e Corea, e sei riviste dedicate agli studi sull’Asia Orientale, in serie completa sin dalla loro apparizione.

La storia della raccolta da lui composta è stata narrata dallo stesso Maraini, e riproduciamo qui il testo in cui ne parla.

Fosco Maraini

Mèta: un Vieusseux-Asia

Che può mai significare un titolo del genere?

Ovviamente l’idea di un’organizzazione quale il Vieusseux-Asia è recentissima, risale al momento in cui, cinque o sei anni fa, presi contatto con i dirigenti del Gabinetto Vieusseux, in particolare con Maurizio Bossi, riguardo alla mia raccolta di libri, riviste, di carte varie sull’Asia, nonché alla fototeca composta in tanti anni di viaggi. Fortunatamente trovai un’accoglienza così fa­vorevole, così positiva, da poter passare concretamente all'abbozzo d’un pro­getto che battezzammo appunto «Vieusseux-Asia». Con questo Convegno diamo felicemente inizio alla sua attività.

Per scovare però le radici iniziali del progetto occorre risalire molti anni addietro, addirittura al decennio Trenta del secolo scorso. Nell'aprile del 1937 partivo per il Tibet al seguito del notissimo orientalista professor Giuseppe Tucci. A Darjeeling, nell’allora India britannica, comprai un libro: era The People of Tibet di Charles Bell. Se lo apro vi trovo un timbro del tem­po e un segnetto che dice Or.1,ossia Orientalia 1. Non so come, ma avevo già in mente allora, da ragazzo ventiquattrenne, di poter raccogliere (Dio, salute e fortuna volendo) una biblioteca orientalistica, da lasciarsi poi un giorno in qualche modo alla città di Firenze, che sapevo essere gravemente mancante di strumenti per gli studi e le conoscenze del genere.

Ma da Orientalia 1 a Orientalia 8000 (o giù di lì), come siamo adesso, ce ne corre di strada: se ne appilano di decenni.

Nel 1938, poco dopo il mio ritorno a Firenze, ottenni una borsa di studio per il Giappone, e partii con moglie e nostra figlia Dacia (anni due) per le terre lontane del Sol Levante. Ricordo tra parentesi che allora, per raggiungere i paesi dell'Asia orientale, per recarsi da Brindisi a Kōbe od a Yokohama, occorrevano una quarantina di giorni di navigazione - e non le 11 o 12 ore di oggi. Si aveva la netta sensazione di andare veramente lontano, di lanciarsi nel vuoto. D'altra parte si vedeva tanto mondo: Port Said, Suez, Aden, Bombay, Colombo, Singapore, Manila, Hong-Kong, Shanghai - e finalmente i porti del Giappone. Era un autentico e fruttuoso corso di Asiologia teorica e sperimentale, affascinante, colorito, interessantissimo.

In Giappone, dove finii per restare ben otto anni, parte a Sàpporo nell'isola settentrionale dell’Hokkaidō, parte a Kyoto, parte a Nagoya, continuai assiduamente (per quanto potevano consentirlo le finanze d'un giovane laureato da poco) a raccogliere libri ed a racimolare oggetti d'interesse etno­grafico.

Però - alto là signori - con la mattina dell’8 (o meglio del 9) settembre 1943 ci trovammo la casa piena di poliziotti giapponesi, dalla faccia piuttosto buia... Cos’era successo? «Mes chers amis»cominciò il capo della sezione stranieri, che era valente francofono... «l'Italia s’è divisa in due... Da una parte sta il re. Dall’altra Mussolini... E voi chi volete seguire?»... Era una situazione molto penosa, però non c’era scampo nella scelta. «Voi giapponesi cosa fareste in un caso del genere? - chiedemmo all'uffiziale - Stareste con l’imperatore o col primo ministro?» «Ovviamente con l’imperatore!» fu l'immediata risposta. «Ebbene anche noi vi imitiamo, stiamo col re» «Nel qual caso ci dispiace molto - fece il commissario alzandosi - mais vous devenez ennemis... e dovrete soffrirne le conseguenze. Preparatevi per l'internamento»

Io avevo raccolto già un migliaio di volumi, oltre a molto materiale etnografico. Chiusi il tutto in una cinquantina di cassette da brace (come usavano allora in Giappone) sperando che qualche miracolo le salvasse. E il miracolo avvenne! Nel frangente ci venne in aiuto il vicedirettore dell'Istituto Francese di Cultura di Kyoto, l'amico Jean-Pierre Hauchecorne (purtroppo recentemente deceduto) il quale si portò via le cassette e le nascose nelle ampie cantine dell’istituto stesso.

Passarono anni d’inferno. Le città giapponesi bruciarono come immensi falò, Hiroshima e Nagasaki vennero annientate dalle bombe atomiche. Kyoto per fortuna fu risparmiata, come città sacra alla cultura orientale. Usciti un po' magri e traballanti dal campo di concentramento situato a Nagoya, tra Tōkyō e Kyoto, rinvenimmo l'amico Hauchecorne e, incredibile a dirsi, riavemmo le nostre 50 cassette.

Un anno dopo ecco un altro miracolo: gli americani dell’armata d’occupazione ci offrirono gratis il ritorno in Italia - con tutte le famose cassette. Fu una traversata lunghissima di due oceani; prima il Pacifico, poi il canale di Panama, infine l’Atlantico con l’ultimo sbarco nel porto francese di Le Havre. Restava ancora il viaggio da Le Havre a Firenze... Qui altro colpo fortunato: l’ambasciatore italiano, col quale viaggiavamo, aggiunse i nostri bagagli e le famose 50 cassette, al cargo della missione. Insomma, col maggio del 1946, di miracolo in miracolo eravamo a Firenze senza aver perso nulla - e con la sola spesa di qualche mancia agli svariati facchini lungo il percorso. La collezione etnografica venne da me poco dopo donata al Museo d’Antropologia al PalazzoNonfinito; ed il nocciolo della biblioteca era al sicuro nella casa di famiglia, fuori porta Romana, a Firenze.

Da allora in poi, nonostante viaggi e traslochi, ho potuto continuare indefessamente la mia raccolta di libri, documenti vari, fotografie sull’Asia. Devo anche riconoscere che di validissimo aiuto mi fu la stabilità della casa paterna. I pacchi continuavano ad arrivare da Oxford (dove trascorsi alcuni anni come fellow del Collegio di Saint Antony), poi da Tōkyō, da Delhi, da Calcutta, ed anche da New York, San Francisco, Parigi ed altrove, accumulandosi nell'ex fienile, trasformato in biblioteca.

I primi contatti col Vieusseux, tramite il direttore del Centro Romantico, Maurizio Bossi, furono segnati dalla massima apertura, simpatia, comprensione. Così piano piano, di passo in passo, siamo arrivati al presente Convegno, che vuole sottolineare, nei riguardi di Firenze ed anche altrove, la nascita del Vieusseux-Asia, e le sue speranze per l’avvenire. Confesso che mi pare davvero un sogno! Quando imprimevo la minuscola sigla Or.1 sul libro di Charles Bell, mai e poi mai potevo immaginarmi che dopo sessantasette anni saremmo stati qui riuniti a festeggiare un piano quasi miracolosamente realizzato...

Grazie dunque caro, venerando Gabinetto G. P. Vieusseux.

Makofo ni, kokoro kara orei wo mōshi agetai to zonjimasu...

(Sinceramente, grazie dal fondo del cuore...)

Da Firenze, Il Giappone e l’Asia orientale. Atti del Convegno internazionale di studi, Firenze, 25-27 marzo 1999, a cura di Adriana Boscaro e Maurizio Bossi, Firenze, Leo S. Olschki, 2001